Sojourney Truth : e io, non sono una donna?

Una delle voci più autorevoli dell’Abolizionismo Americano , insieme ad illustri colleghi maschi come Frederick Douglass e John Brown, fu ancora una volta una donna dal nome emblematico Sojourner Truth

(più o meno ” cittadina della verità o colei che segue la verità)

Si trattava di una schiava che, sola analfabeta e povera, rimase incisa nell’anima Americana come simbolo di una nuova Era, e le cui parole semplici e accorate ancora riecheggiano tra le aule dei tribunali e le sale teatrali.

Isabelle Baumfree nacque schiava nel 1797 in una zona ancora Olandese chiamata Swartekil, a circa 100 km. da New York. Figlia di James ed Elisabeth era di proprietà del Colonnello Hardenbergh, che aveva una piantagione di tabacco nella cittadina di Esopus. La sua prima infanzia non fu molto dissimile da quella delle sue coetanee, scandita dai ritmi di lavoro e di sonno tipici degli schiavi. Nella sua biografia di molti anni dopo Isabelle ricorderà questo periodo come ” una parentesi felice tra le brutture della sua vita”. Non di rado, infatti, gli Afro-Americani venivano trattati bene , alla stregua di servi non salariati e comunque facenti parte di una famiglia allargata. I guai iniziano nel 1806 quando, subito dopo la morte del Colonnello, la proprietà passa al figlio di lui Charles il quale però muore inspiegabilmente pochi mesi dopo lasciando debiti su debiti. La proprietà viene quindi rilevata dallo Stato allo scopo di saldare i debitori, insieme a tutti gli schiavi che vengono venduti all’asta. Inizia quindi per la piccola Isabelle, che ha solo 9 anni, un periodo atroce contrassegnato da violenza, abusi e torture psicologiche. La piccola viene venduta per 100 dollari e un gregge di pecore ad uno dei creditori, tale John Neely, tristemente conosciuto nella zona per la sua ferocia nei confronti dei neri. Costui la fa portare sul carro e la violenta immediatamente, davanti agli occhi di tutti compresi quelli dei suoi genitori. Continuerà a violentarla tutti i giorni per due anni, arrivando a picchiarla selvaggiamente solo perchè la bambina non riusciva a capire i suoi ordini, parlando esclusivamente l’olandese. Non sappiamo se in questo periodo Isabelle sia rimasta incinta; è presumibile che abbia generato figli aggiuntivi oltre ai 6 regolarmente documentati, tanto più che spesso lei stessa fa riferimento nelle sue biografie ai ” 13 che ha generato”.

Verrà rivenduta nel 1808 ad un altro turpe individuo, tale Martinus Schryver , un oste che la tiene in casa come ” schiava da letto”, cedendola spesso ai suoi amici. Verrà rivenduta nel 1810 a John Dumont, di West Park, per 175 dollari. Qui la vita è meno dura anche se la ragazzina, cresciuta troppo precocemente, viene vessata dalla padrona ” moralista e perbene ” che la considera quasi una

” femmina del diavolo”. Le cose precipitano nuovamente nel 1815 quando Isabelle, di nascosto , inizia a frequentare uno schiavo di nome Robert, che appartiene ad una fattoria delle vicinanze. Secondo la Legge di Stato ” ogni schiavo è di proprietà del proprio padrone, che ne decide della vita, della morte e dell’eventuale congiungimento carnale con altri soggetti allo scopo di generare prole”. Robert aveva chiesto più volte al suo padrone di comprare Isabelle per poterla sposare, ma quest’ultimo non aveva intenzione di farlo per vecchi rancori nei confronti di John Dumont ” dal quale non avrebbe comprato neppure l’ultima cagna gravida della zona”.

Proibisce quindi al giovane di avere qualsiasi rapporto con la ragazza, anche perchè, qualora fosse nato un figlio, come padrone esclusivo di Robert non avrebbe potuto accampare diritti sulla proprietà del bambino. Ma i due ragazzi, innamorati, trasgrediscono ed Isabelle rimane incinta: è la catastrofe! Scoperto il fattaccio Robert viene barbaramente picchiato, evirato e lasciato in fin di vita ai margini della piantagione Dumont. Poco dopo Isabelle metterà al mondo una bambina che, dolorosamente, chiamerà Diana. Entra in un periodo di sconforto e profonda depressione, non parla più, perde il latte, non riesce a lavorare. Anni dopo ricorderà tutto ciò come ” il dolore più devastante per una donna”. Nel 1817, forse anche per aiutarla a riorganizzare la sua vita, viene data in moglie ad uno schiavo della piantagione molto più vecchio di lei di nome Thomas .Da lui avrà 5 figli. L’America nel frattempo stava imboccando il difficile cammino abolizionista che avrebbe poi gettato il seme della Guerra Civile. Definito illegale già dal 1799 lo schiavismo era tuttavia una piaga ancora presente negli Stati Uniti e lo Stato di New York nel 1824 non si era ancora allineato con gli altri riguardo la scelta abolizionistica. L’emancipazione degli schiavi era quindi ancora interamente in mano ai singoli proprietari che, chiaramente, si mostravano recalcitranti . Isabelle aveva chiesto più volte al John Dumont di liberare i suoi figli ma quest’ultimo , dopo vane promesse, rimaneva ancorato al diritto normalmente in vigore nello Stato di new York di ” trattenere in schiavitù a proprio favore tutti i giovani la cui età fosse inferiore ai vent’anni”. Per quanto la riguardava non si mostrava soddisfatto ” del suo lavoro e della sua condotta”. Isabelle è distrutta ed infuriata: divenuta nuovamente madre di una bambina ( Sophie) nel 1826 decide di fuggire per sottrarla al destino della schiavitù. Lo fece in pieno giorno, semplicemente ” allontanandosi perchè sapeva di essere nel giusto”. Dopo aver vagato un giorno e una notte orientandosi con le stelle arriva alla casa di due coniugi cattolici e dal credo fortemente antischiavista ,Isaac e Maria Van Wagenen, che la soccorrono, la nutrono e infine si mettono in contatto con John Dumont per evitarle la cattura e il carcere. Così ” la affittano ” per un anno al prezzo di venti dollari. Nella loro casa Isabelle conosce finalmente l’amore familiare e la tranquillità, attende alle faccende domestiche e infine si converte al cattolicesimo. L’anno dopo, nel 1827, anche lo Stato di new York si adegua alle leggi sull’emancipazione e i figli di Isabelle vengono liberati. Non tutti però: prima che la legge diventi effettiva, e forse sulla scia di vecchi rancori ,John Dumont vende il figlioletto di lei, Peter, che all’epoca aveva 5 anni ad una piantagione in Alabama, dove vigeva ancora la schiavitù. Isabelle è affranta ma i Wagenen sono dell’idea che non debba rassegnarsi: può lottare e questa volta lo farà servendosi proprio della legge. La mettono i contatto con gli avvocati Olandesi di Ulster County e stimolano la comunità quacchera a sostenerla in una lotta senza precedenti , che metterà a confronto per la prima volta nella storia Americana non solo una donna nera contro un uomo bianco, ma una razza contro l’altra e due convinzioni politiche a confronto . Il processo di Isabelle Baumfree contro John Dumont non a torto sarà considerato rivoluzionario e precursore dei fermenti che avrebbero animato la Guerra Civile.

(La capanna dello Zio Tom di Harriet Beecher Stowe fu uno dei libri più importanti per l’abolizionismo, in grado di spingere definitivamente l’opinione pubblica nella triste avventura di una Guerra Civile. La storia cruda e realistica dello schiavo che, pur di non tradire i propri simili si lascia uccidere dal padrone conquistò i cuori.)

I giornali si infiammano, alcuni la accusano di avere lei per prima trasgredito la legge fuggendo con la bambina; altri la osannano, la propongono come eroina dell’abolizionismo. Ciò che fa scalpore più di ogni altra cosa è che i suoi avvocati siano bianchi. Tra alti e bassi la causa è vinta e in pochi mesi Isabelle può riabbracciare il suo bambino: è l’inizio di una nuova Era, è il passato negriero che chiude i battenti davanti al futuro progressista. Una vicenda che scuoterà la donna nel profondo dell’anima e che le rimarrà incollata sulla pelle per tutta la vita. Finito il clamore Isabelle tornerà a vivere per un po’ con i Wagenen ma la gente è ancora curiosa, vuole vederla, toccarla. Decide quindi di trasferirsi a New York con Peter e Sophia , dove lavora come domestica nella casa di un ricco mercante, Elijah Pierson, e dove avviene la sua conversione definitiva. Ormai assetata di spiritualità comincia a conoscere e a frequentare varie comunità, e nel 1832 fa conoscenza con uno strano personaggio a metà tra sacerdote e santone già noto alle Autorità per via di strani riti di stampo sessuale in cui si faceva anche uso di droga, tale Robert Matthews . Costui era seguito da un folto gruppetto di adepti, convinti che fosse un profeta e che anticipasse di poco la nuova venuta del Cristo. Molti degli adepti erano ebrei e ricchi finanziatori della sua fondazione, chiamata appunto ” Il Regno”. Tra questi anche Elijah Pierson.

Isabelle , accecata dalla sua immagine magnetica, va a lavorare da Matthews come serva. Il periodo che segue non è chiaro ma aiuterà la donna a intraprendere un nuovo cammino. Il santone , accusato dai suoi finanziatori di averli portati alla bancarotta e coinvolto in una serie di scandali e reati tra cui sembra anche quello di omicidio, viene imprigionato per truffa e ricatto. Scontata la pena e con l’aiuto di Isabelle che fa da tramite fa visita a Pierson per cercare un accordo, ma lo trova già morto nel suo studio. Matthews e Isabelle vengono quindi accusati di omicidio e processati. Le accuse contro di loro cadranno presto poichè si scoprirà che Pierson era morto di infarto, ma l’amara vicenda si stamperà indelebilmente nella mente di Isabelle che comincerà a chiedersi quale indirizzo dare alla propria vita. La svolta finale si avrà con la scomparsa improvvisa dell’adorato figlio Peter che, imbarcatosi nel 1839 su una baleniera, non farà più ritorno . E’ il momento: tormentata da visioni e rivelazioni il primo giugno 1843 Isabelle cambierà il suo nome in ” Sojourner Truth ” e si incamminerà per il mondo come una delle prime predicatrici ” donna, nera e laica. E per giunta ex schiava”, come ricorderà Nell Painter nella sua biografia. Il suo passato come eroina dell’abolizionismo mischiato alle ombre recenti la precede e l’accompagna: il pubblico si divide a metà. C’e’ chi la acclama, chi la denigra e chi infine la addita come peccatrice. Ma la sua capacità di penetrare con semplicità nel cuore delle persone abbatte le barriere e conquista gli animi. Ella porta alle masse la sua testimonianza di donna e di schiava mostrando coi fatti la disumanità dello schiavismo e la necessità di lottare per un mondo di eguaglianza e giustizia. La sua capacità oratoria si affina , si perfeziona, fino ad esplodere nell’indimenticabile discorso del 1851 nel convegno per i diritti delle donne nell’Ohio ad Akron e che diverrà noto come ” Ain’t I a woman?” ( Non sono forse una donna?) ,trascritto e pubblicato poi in 12 lingue e con tre diverse versioni.

Per onestà storica il discorso originale è quello riportato dal giornalista Manus Robinson, che non contiene affatto la famosa frase “Ain’t I a woman?”. Questa fu aggiunta solo nel 1863 nella versione di Francis Dana Barker Gage, un po’ manipolata per dare maggiore impulso ai Movimenti sul suffragio delle Donne e probabilmente ottenuta sulle suggestioni, tutte al femminile, della prima biografia di Sojourney Truth per mano di Olive Gilbert “Sojourner Truth: A Northern Slave” (1850)

Le due versioni potete leggerle qui.

Sostanzialmente il senso del rivoluzionario discorso della Truth verte sulla rivalutazione della figura femminile ma non solo: ella punta l’accento sulla diversità razziale, sul bigottismo morale e sull’ottusità religiosa, e lo fa da donna ex schiava e di colore e per giunta nella veste di un predicatore itinerante laico una figura assolutamente nuova per l’America del 1850! Rifuggendo da qualsiasi stereotipo la Truth suggerisce la vera chiave interpretativa del mondo nuovo, che non si costruisce con la guerra tra i popoli ma aprendo le loro menti e operando per una concreta evoluzione socio-culturale. Le sue parole , a distanza di più di un secolo e mezzo, risultano ancora attualissime:

” Tra i discorsi delle donne al nord e quelli sui negri del sud tutti stanno a parlare di diritti. Ma che cos’è questo gran parlare? Perchè non agite invece di fare chiacchiere? E poi che cosa sarebbero questi diritti? Quell’uomo laggiù dice che le donne devono essere aiutate a salire sulle carrozze, e sollevate sui fossati, e che hanno bisogno di essere aiutate in tutto. Ma a me nessuno mi ha mai aiutata a salire sulle carrozze, o a non sporcarmi di fango ; e sicuramente nessuno mi ha mai ceduto il posto migliore. E Io non sono forse una donna? Guardate queste braccia: hanno arato, e piantato, e ammassato nei granai, quanto e più di un qualsiasi uomo! E non sono forse una donna? Ho mangiato e lavorato e anche sofferto la frusta come e più di un uomo. E sono sempre una donna!…………………..

Si dice che la differenza sta nella testa, e che questa cosa che fa la differenza è il cervello. E cosa c’entra questo con i diritti delle donne o quelli dei negri? Se noi donne abbiamo meno cervello degli uomini perchè non concederci uguali diritti? Avete forse paura che, concedendoceli, diveniamo meno stupide? Ma se voi dite che il cervello di un uomo può contenere un litro e quello delle donne una pinta, come potremmo diventare più intelligenti, se la natura non ci ha dotato di eguali possibilità di voi uomini? E allora perchè non concederci i nostri diritti?

Qualcuno ha detto che Eva è stata la causa dei mali dell’uomo. Ma allora, se fu davvero così, perchè non ci aiutate a migliorare concedendoci i vostri stessi diritti? Se ne facciamo un discorso di religione allora ditemi Quando Gesù ha trattato le donne diversamente o le ha disprezzate. Egli le ha ascoltate. Quando Maria e Marta gli chiesero di resuscitare Lazzaro Egli le ascoltò. E Gesù stesso come è venuto al mondo? Non è stato forse partorito da una donna? Se vogliamo dirla tutta Gesù si è incarnato grazie al soffio di Dio e al ventre di una donna...

Ormai le cose stanno cambiando e le donne e gli schiavi stanno alzando la testa per reclamare i propri diritti. E tu, povero uomo, ti senti braccato, ti senti il soffio dello schiavo sul collo e la donna che incombe su di te; sei preso tra due fuochi, come tra un falco e una poiana…

Non male per una povera donna che ha passato tutta la sua vita raccogliendo cotone e che non sapeva leggere e scrivere! Fu in questo famoso discorso che si realizzò completamente il destino di Sojourner Truth; tutto ciò che ella fece e disse negli anni seguenti fu il completamento di un’opera che aveva già gettato un seme in quell’istante, e che avrebbe perseguito per sempre. Tra il 1851 e il 1863 tenne centinaia di comizi in tutti gli Stati Uniti, arrivando a toccare decine di argomenti scottanti quali l’abolizione della pena di morte, la riforma carceraria, il razzismo e il rispetto della diversità di religione, anticipando di gran lunga temi sociali e politici su cui si sarebbe discusso molto tempo dopo. Apprezzata od osteggiata, derisa o rispettata ebbe un peso rilevante sull’opinione pubblica quando si trattò di decidere per la guerra civile e fu punta di diamante della propaganda abolizionistica. Lavorò come attivista nella National Freedman’s Relief Association, suggerendo punti essenziali nel progetto di miglioramento delle condizioni di vita degli Afro-Americani, ed ebbe vari incontri privati con il Presidente Lincoln sia prima che durante la guerra civile. La sua battaglia per il riconoscimento e il rispetto dei diritti umani non ebbe mai fine: l’ultima intervista fu quella per il Gran Rapids Eagle (magazine) ed è datata 16 novembre 1883, pochi giorni prima della sua morte.

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